Accade spesso di segnalare un problema, che non viene risolto, accanendosi su chi lo ha scoperto! In pratica s’invertono i fattori. Spieghi che c’è qualcosa che non funziona e diventi il problema! 

Max Weber, uno dei due padri della sociologia, ha descritto come risolvere un problema.

La persona “in gamba”, non è quella che trova le soluzioni. In realtà per il solo fatto che ci sia un problema, esiste automaticamente la soluzione. La bravura non è nell’applicare la prima soluzione possibile.

Al contrario è “brava” quell’intelligenza che sa selezionare, tra le molte soluzioni, quella più adeguata. Adeguata al tempo che si vive e all’ambiente, al costo e alla durata necessaria per sciogliere il problema. Ecco che finalmente abbiamo “il risolutore” di un guaio/noia/questione. 

Questo concetto è incluso negli studi di Max Weber noti al mondo come Methodenstreit (1883). In tedesco methodenstreit vuol dire controversia, ovvero disputa-diatriba sul metodo. Detto questo entriamo nel dettaglio. Chissà quante volte un dipendente di un’azienda fa presente, a suo parere, che una procedura o prodotto è sbagliato. Significa che una certa procedura aziendale consolidata, è considerata errata in riferimento alla concorrenza o a un ragionamento. Normalmente “l’intrepido” operaio o dipendente viene chissà perché, recepito dalla PMI italiana come “il problema”. In effetti le imprese italiane, in linea di massima sono stupide. Dirette da personale di pessima scelta, “figlio d’arte”, privo di un iter formativo adeguato. Nella povertà che contraddistingue le PMI italiane, è veramente difficile analizzare con scienza e coscienza gli input che provengono dal mercato, clienti e dipendenti. Questa è una vera piaga.

Nel caso le imprese non fossero così stupidamente dirette, non avremmo 3 milioni di disoccupati in Italia. In più non verrebbero restituiti i fondi per la ricerca & sviluppo. Certamente l’età media dei manager (dove ci fossero) sarebbe più elevata di almeno 15 anni. La povertà dell’imprenditore medio nazionale deriva sopratutto dall’assenza di un corso di studio universitario in imprenditoria. Oggi è capo dell’azienda un tipo-tizia che eredita l’azienda. In altri casi fonda un’impresa. In ogni caso è un avventuriero a cui si affida il successo e ricchezza della società. Da questo personaggio dipendono in stipendi e TFR più di 12 milioni d’italiani.

Appare assurdo che neppure la Confindustria senza la necessità di fondare un percorso di studi per imprenditori. Si dice che a Roma, presso l’Università Luiss, esista qualcosa. Quello che serve è invece un interfacoltà.

.Necessita un percorso di studi per imprenditori che sia applicabile in ogni ateneo del Paese. Significa un interfacoltà che prenda esami dalle facoltà di economia-legge-sociologia-ingegneria. Non emergerà un economista, avvocato o sociologo come ingegnere. Avremo un imprenditore. Un soggetto che è saggio paghi meno tasse e assuma di più. Sopratutto un personaggio che sappia analizzare le nuove idee che gli arrivano da qualsiasi fonte. 

Ecco quella persona, uomo o donna che sia che merita un monumento nel paese sede dell’impresa. AAA cercasi imprenditori.