Il presidente Obama sta raccogliendo il dividendo da reshoring

 

di Giovanni Carlini

 

Cos’è il reshoring?

Si tratta della politica di rimpatrio delle aziende manifatturiere precedentemente delocalizzate. Inaugurata a febbraio del 2012, la politica di reshoring ha dato i suoi frutti salvando sia la presidenza Obama che un grande numero di disoccupati da indigenza. Il livello di disoccupazione negli Stati Uniti, che nel 2012 sfiorava il 14% in alcuni stati come il Nevada, oggi, su scala nazionale, è nell’ordine del 7%.

Com’è avvenuto il miracolo?

Con procedure di finanza pubblica molto decise, l’Amministrazione statale ha spinto le municipalità ad azzerare i costi d’urbanizzazione per i capannoni industriali e contenuto il costo del lavoro se fossero stati assunti disoccupati. Questa politica ha permesso a molte aziende americane di lasciare la Cina, il Brasile, l’Indonesia, riaprendo l’impresa nel territorio degli Stati Uniti. Infatti se Detroit è una delle città che sta puntando alla rinascita, il Texas pare lo stato più aggressivo nella gara che si è aperta da un anno a questa parte. Il ragionamento che ha innescato la politica di reshoring è semplice: quanto costa un disoccupato?

Sommando al mancato gettito fiscale l’assenza di spesa (che stronca i consumi interni) e i sussidi erogati alle persone in stato di bisogno, il reale costo è decisamente superiore ai benefici concessi alle imprese sia nei termini d’azzeramento di tasse aziendali per i primi anni di rientro nel territorio degli Stati Uniti, che per costi d’urbanizzazione e sia per le agevolazioni all’assunzione di disoccupati. Giunti a due anni dall’applicazione del reshoring, il Presidente si è appena lanciato in una serie di visite per raccogliere i frutti del successo toccando esattamente i grandi centri manifatturieri nazionali, ritornati adesso al loro ruolo propulsivo per il Paese.

Colui che prima era disoccupato e oggi ha una busta paga con cui vivere, è il miglior argomento possibile per risollevare i consumi interni e i flussi fiscali, generando consenso politico, anche se una terza presidenza democratica non sarebbe scontata. Confrontando l’innegabile successo statunitense (che non ha ancora toccato però stati come la California, dove la fiscalità è particolarmente rigida raggiungendo tasse sul reddito che giungono fino al 33%) in Europa e in Italia cosa sta maturando? Senza ombra di dubbio, l’agenda Tajani ha il merito d’aver sollevato il problema di quanta industria manifatturiera sia necessaria in una società moderna (il 20%), stabilendo un calendario d’azioni da porre in essere. Bene! E poi? Su questo aspetto “del poi” vengono a mancare le parole, perché in Italia, ad esempio, non è neppure noto cosa sia il reshoring e una simile tendenza non è al momento pensabile.

Forse la Regione Friuli sta cercando delle risposte ai pacchetti fiscali dedicati alle aziende dalle confinanti Carinzia e Slovenia, ma non si ha notizia d’alcun indirizzo di politica industriale nazionale che riguardi sia il costo dell’energia che il rientro in patria di aziende prima delocalizzate per l’alto costo del lavoro e del fisco no friedly. Del resto tra l’Italia e gli Stati Uniti non c’è solo l’Oceano Atlantico, ma anche il Mediterraneo e lo stretto di Gibilterra. Non sono, infatti, segnali di un’agenda “del fare” che possa essere portata in Europa, dalla dirigenza politica italiana, nell’imminente turno di presidenza. L’ironia della sorte è che gli Stati Uniti, nella tentata riforma sanitaria ora congelata, vorrebbe assomigliare di più all’Italia. D’altro canto, il nostro Paese non riesce a cogliere, da oltre oceano, quelle nuove tendenze che consentirebbero di potersi confrontare con i tempi in evoluzione.