Società multirazziale. Introduzione: l’era globalizzata è terminata lasciando uno strascico che si chiama immigrazione. In realtà il fenomeno di spostamento tra una Nazione depressa ed una più ricca non è affatto un evento nuovo nella storia. La novità, in questa fase post-globalizzata, è un’emigrazione tra culture diverse: è la cultura l’elemento di differenziazione, nel fatto migratorio come oggi s’impone alla nostra attenzione.
La Storia è ricca di migrazioni che hanno coinvolto interi popoli. La motivazione allo spostamento di tribù e popoli si conferma costante: cercare di vivere meglio in un luogo rispetto all’altro.
In epoca più recente e quindi tra il Seicento e il Novecento, la migrazione ha profondamente interessato l’Occidente comportando un importante spostamento di masse. Qui il motivo al trasferimento, in particolare nel “Nuovo mondo”, specificatamente l’attuale Nord America e in parte anche in Oceania per l’Australia e la Nuova Zelanda, fu per questioni religiose e culturali. Si trattò comunque di uno spostamento all’interno del medesimo assetto culturale definibile cristiano.
Il mondo Occidentale e cristiano ha assistito per 4 secoli ad un travaso di popolazione dal vecchio a nuovo mondo per motivi religiosi, sociali (riconducibile ai detenuti) e di carestie-fame, povertà. Il fenomeno migratorio all’interno dello stesso assetto culturale non ha creato particolari problemi di re-inserimento negli ultimi 400 anni.
I primi ad emigrare fuori dal loro contesto culturale furono cinesi e giapponesi le cui comunità, in particolare in Nord America, erano e sono ancora chiuse (vedi l’esperienza delle più Chinatown) nei grandi centri urbani. Comunque, sia cinesi sia giapponesi e successivamente i coreani, non hanno mai rappresentato, in termini di numeri, un reale problema per la Nazione ospitante.
Il processo migratorio nord americano, in particolare successivo al secondo conflitto mondiale ha registrato un importante spostamento di latini all’interno degli Stati Uniti. Anche queste persone sono state assimilate perchè si sono mosse in un contesto di cristianità (al cui interno ci sono protestanti, cattolici, battisti etc.)
La condizione migratoria cambia ancora in Europa, in particolare, con l’ingresso di turchi in Germania e persone di colore/arabi in Francia provenienti dalle colonie. Va registrato che anche in Gran Bretagna c’è una forte comunità indo-pakistana proveniente anch’essa dall’Impero coloniale britannico. Pur essendo turchi – arabi – di colore e info-pakistani d’estrazione culturale diversa rispetto alla madre patria, tutti trovano nel comune passato coloniale, un elemento unificante capace di supplire alle diverse culture religiose. E’ così dimostrato che la comune esperienza culturale e anche quella politica (appartenenza all’Impero, sia francese sia britannico) permettono una convivenza civile e produttiva al benessere collettivo.
Negli anni Duemila (la globalizzazione inizia con l’ingresso della Cina comunista nel WTO – organizzazione mondiale del commercio, a novembre del 2001 per squisita volontà statunitense impegnata nel conflitto al terrorismo) si conclama una nuova forma d’immigrazione. Già nel 1975, ad agosto, in Italia s’è assistito all’immigrazione d’albanesi non pertinenti all’Italia né culturale né politica, ma si trattò di numeri modesti che ne hanno consentito l’integrazione. Certamente la presenza albanese in Italia iniziò un fenomeno criminale e di prima intolleranza allo straniero che pur restando ai margini, segnò il passo. Vanno ricordati gli assalti alle ville di bande albanesi contraddistinte per ferocia nell’atto criminale.
Nel mondo post 11 settembre, quindi nell’ultimo quarto di secolo, s’assiste ad una migrazione del tutto indifferente alla similitudine culturale-religiosa-istituzione come quelle già descritte. Si tratta di una migrazione nuova a fortissima domanda d’assistenza (alloggi, sanità, scuola) che aggrava molto i diversi bilanci statali, portando irrequietezza nel contesto sociale. Non solo, ma l’immigrazione degli ultimi 25 anni è anche “importata” da parti della politica nazionale puntando alla sostituzione dell’elettorato.
Vicende di questo tipo sono squisitamente europee con un vago accenno anche negli Stati Uniti (da cui le recenti revisioni delle liste elettorali volute dall’amministrazione in carica).
Inoltre, nel confronto tra opposte sponde dell’Oceano Atlantico si registra un diverso atteggiamento dello Stato verso la migrazione con una volontà europea di convivenza e accoglienza che solo negli Stati Uniti diventa integrazione. Si definiscono in questo modo i due termini del problema migratorio, convivenza o assimilazione? Gli Usa hanno una lunga esperienza d’assimilazione per cui si “diventa americani non lo si nasce” e fino ad ora questo modello ha avuto successo.
Al contrario l’esperienza europea in tema non sta avendo alcun successo verso i migranti, ma al contrario, spacca le diverse società nazionali attraverso la politica (si veda la Sassonia qualche giorno fa e il diniego ad assistenza ai nuovi migrati nel complesso scandinavo).
Conclusione: la migrazione all’interno dello stesso assetto culturale non ha mai creato problema ai fini dell’assimilazione. Al contrario, ed è un fenomeno degli ultimi 25 anni in Europa (quindi ben oltre la sola Ue) l’accoglienza senza assimilazione apre al re-impatrio delle masse migratorie (vedi Spagna mese d’agosto 2026). C’è un futuro di migrazione nel continente europeo? pare di no, ora l’orientamento è verso i respingimenti.
La società multirazziale funziona negli Stati Uniti con l’assimilazione, non produce frutti in Europa.
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