Come si fa a fallire in termini d’impresa? Le motivazioni sono veramente tante. Estremizzando si passa dall’eccesso di prelievo dell’imprenditore che considera la cassa e liquidità aziendale come un conto personale, da cui il fallimento fraudolento e la commessa non pagata dal cliente con fallimento ordinario. La differenza è la galera per l’imprenditore nel primo caso, mentre solo aspetti d’onorabilità (che non sono poco) nel secondo tipo di fallimento.
In questa vasta gamma di casistiche qui, in questo studio, si vuole essere più tecnici, ma non per questo meno chiari.
Veramente a tutti gli studenti d’economia, scienze politiche ed ingegneri gestionali insegniamo qualcosa che all’atto pratico nessuno ha capito. Nessuno degli imprenditori! Da qui si lamenta l’assenza di una laurea in imprenditoria; questa è una precisa responsabilità della Confindustria.
Si prega d’osservare attentamente l’immagine esposta come copertina a questo studio; si tratta di un normale grafico molto diffuso in tutti i testi d’economia e appunti scritti dai docenti solitamente al capitolo 5 quando si discute di produzione e costi.
Il concetto è semplice basta spiegarlo bene.
Si parta dalla prima funzione, molto elegante, che si chiama “di produzione”. Come si nota parte bassa, sale e giunge a un punto di vertice. Fin qui nulla di particolare. Sorge allora la domanda: come si fa a fallire?
Ecco la risposta. Sotto la curva di produzione c’è la traduzione in costi o rendimenti marginali; il grafico presentato li indica in MPL.
Va spiegato che cos’è un COSTO MARGINALE.
Oltre ai costi fissi, variabili e totali esistono i costi marginali. S’intende quanto si spende in più per produrre un’unità di prodotto in più. Potrebbe anche essere il dipendente in più o comunque una spesa (investimento) in più per sostenere la produzione.
Si noti la PROFONDA DIVERSITA’ che esiste tra produzione che sale e traduzione in costi marginali! Cosa si fa a fallire? semplice! Tutti sanno, nessuno applica!
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