Antonio Sema è stato un scrittore di sinistra, già iscritto al Partito Comunista, è deceduto nel 2007 ed ha scritto più libri tra cui “La grande guerra sul fronte dell’Isonzo”, un’opera di 635 pagine. Si perviene a questo libro in una più ampia ricerca approfondita sul Primo conflitto mondiale. Essendo l’autore un italiano, a differenza di stranieri solitamente caustici e ipercritici verso il nostro Paese, l’aspettativa del lettore era per un lavoro di ricerca che fosse vicino allo spirito italiano del conflitto senza per questo tradire l’oggettività dello studio. Non è stato così.

Antonio Sema ha scritto un libro che fino a oltre 500 pagine s’è sperticato in lodi verso l’apparato militare e poliziesco austroungarico. Solo verso le ultime pagine, forse sommerso dalle critiche di chi ha letto la bozza, c’è stata una correzione. Certamente la viva tentazione di bruciare il libro durante lo studio è stata costante.

Quanta nostalgia per lo stile e gli scritti di Gianni Pieropan!

Del resto non è possibile studiare solo quello che piace e tocca impegnarsi anche per quanto non gradito perchè anche questa è educazione (per quanto ampiamente sofferta). Ecco la parola corretta, il libro d’Antonio Sema fa soffrire.

Chiarito il contesto cosa afferma l’autore?

Il primo concetto, asse portante del libro, è riconducibile alla GUERRA ETNICA. Lo scrittore, anche su Gorizia, afferma che le terre irridente in realtà erano abitate da slavi per nulla felici d’essere occupati dagli italiani. Su quest’aspetto, lamenta, l’Antonio Sema un disinteresse generalizzato da parte degli altri storici. Sul punto è necessaria una riflessione.

A) Lo stesso Sema, nel libro, afferma che la polizia austriaca provvide a cacciare e deportare gli italiani dai territori contesi e poi “lamenta” che la maggioranza di quelle aree fosse slava!

B) che Trento, Trieste e Gorizia fossero di cultura italiana, storia e maggioranza italiana non ci sono studi che possano affermare il contrario e questo non per amore del “dogma”, ma della nuda realtà storica. Che poi l’autore sia alla ricerca dell’originalità questo resta un problema suo;

C) su un aspetto il pensiero del Sama è interessante e sicuramente innovativo. Nel corso della XII° battaglia dell’Isonzo, quando i tedeschi ed austriaci attaccarono a Caporetto, l’interruzione delle comunicazioni tra comandi italiani, più che al tiro d’artiglieria nemico, è da imputare ai civili, gli slavi, che non controllati dai nostri soldati, spezzarono i cavi telefonici impedendo la pronta reazione italiana all’attacco. Un fatto che non si ripetè quando dal Piave, il nostro esercito sgominò il nemico nel novembre del 1918 (un anno dopo la rotta di Caporetto).

La riflessione su questo testo prosegue.


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