Il Capo. Studio sul Generale Luigi Cadorna. Il testo a riferimento non è assolutamente tra i più felici sul tema, in quanto scritto da un autore fortemente ostile al servizio militare, inteso come chiamata alla leva, da qui un pregiudizio sull’opera. Già a priori lo scrittore si rivela come la persona sbagliata nel posto errato. Purtroppo capita d’acquistare qualcosa che poi si scopre di parte e, per disciplina ed onore al Pensiero e Ragionamento, è comunque necessario studiare il libro, anche se ci si trova in forte disaccordo.
La tentazione di chiedere in dietro il denaro speso per l’acquisto è forte, fortissima! Ovviamente questo si ripercuote nel non acquisto d’altri libri scritti da chi è un pregiudiziale sul tema!
Oltre a quanto già pubblicato osservando come che ancor oggi, in capo al Generale Luigi Cadorna, si sconti una divisione di natura politica, (il che pare assurdo) ci sono dei passaggi che meritano approfondimento:
a) a carico del Generale, quindi come sua specifica responsabilità, c’è l’essersi “fissato” sul fronte in prossimità della valle dell’Isonzo, senza assolutamente considerare il Trentino quale iniziale atto offensivo contro il nemico. Da quest’errore ne deriva un altro, altrettanto grave, ovvero l’aver “disseminato” (non concentrato) in un solo posto le esigue artiglierie italiane disponibili all’atto dell’apertura delle ostilità;
b) sempre come responsabilità del Generale c’è la sottovalutazione dei rapporti del poco organizzato servizio informazioni dell’Esercito che nonostante tutto, contennero delle notizie di grande importanza, non considerate dal Gen. Cadorna. Ad esempio il Tenente Colonnello Luigi Bongiovanni, addetto militare in Germania, nel 1914, da Berlino, spiegò in forma chiara e inequivocabile che:
1 – l’idea di un mezzo corazzato avrebbe reso il fronte gestibile, in un momento in cui tutti gli eserciti erano infossati nelle trincee;
2 – l’importanza del telefono con senza fili;
3 – l’efficacia della difesa in profondità con la creazione di più linee difensive su cui arretrare all’atto del tiro nemico d’artiglieria (prassi poi introdotta nel 1916 nell’Esercito italiano);
4 – l’importanza dello scavo di trincee e linee difensive, chiamati “lavori da campo” per organizzare la difesa e tra un attacco e l’altro.
Il rapporto del Colonnello Bongiovanni non fu mai letto da Cardona, ma ancor peggio, le lucide analisi del Capitano Angelo Gatti, personaggio vicinissimo al Generalissimo, già pubblicate nel 1914 sul Corriere della Sera, non furono oggetto di riflessione tra loro due, così vicini, gomito a gomito, nel servizio reso alla Nazione da Udine lavorando sul fronte dell’Isonzo! In particolare il Capitano Gatti, poi divenuto Generale, scrisse, commentando i primi mesi di guerra in atto in Europa, come:
A – nella guerra moderna cessa il ruolo di GENIO come ruolo del Capo;
B – finisce il potere della manovra aggirante verso il nemico, d’impronta napoleonica;
C – cessano gli eserciti di professione lasciando spazio a quelli di massa;
D – pur e per quanto discussa, la campagna di Manciuria del 1904 non fu assimilata dai vertici militari italiani ( uso della mitragliatrice e del filo spinato con trinceramento nella difesa);
E – crisi delle munizioni;
F – la guerra si sposta dal valore dei soldati alla capacità di produzione di un sistema industriale.
Il combinato disposto delle riflessioni di Bongiovanni e Gatti, inchioda il Generale Luigi Cadorna alla colpevole ignoranza. Ne consegue che il Generalissimo s’espone alla critica, ma non per ragioni ideologiche, quanto assolutamente tecniche!
C’è per un altro aspetto solitamente poco esplorato: la responsabilità di Casa Savoia.
In effetti, quest’autore sfiora il tema dedicandogli appena a pagina 147 qualche riga. Ecco che il punto nodale dell’intera vicenda resta distrattamente sullo sfondo. Sul tema segue un approfondimento.
Il Capo. Studio sul Generale Luigi Cadorna s’aggiorna puntando diritto sulle reali responsabilità degli eventi.
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