La crisi dei democratici Usa non è solo conclamata, ma confermata. Visto dall’interno, ovvero dagli Stati Uniti, la crisi di questo partito alla sbando porta tristezza all’animo e lascia certezze nel campo repubblicano del tutto immune dalla crisi.

Il primo accenno di sbandamento per il Partito Democratico americano (a dispetto del nome, perchè di democratico non c’è nulla; coloro che si ritrovano in questa formazione politica sono smaccatamente di sinistra) è accaduto a New York nella nomina a sindaco di un arabo, la cui vicinanza al fondamentalismo non è del tutto chiara al momento.

Dalla deriva “araba” i democratici anziché riprendersi, hanno proseguito nel declino. Il segno è chiaro e lo si vede nelle primarie, in celebrazione in questi giorni nei più stati, (agosto 2026). Non è bastato il “sindaco” di New York, ora c’è la nomina alle liste elettorali di un altro arabo in uno stato della regione dei Grandi Laghi.

Leggendo queste note, il primo pensiero che sorge al lettore è di razzismo puro a danno delle minoranze ed in particolare verso gli arabi e islamici. In realtà non è questa la corretta chiave di lettura.

Nei confronti di un arabo (proveniente da qualsiasi Nazione araba del mondo a livello d’origine) che viva negli Stati Uniti, non c’è assolutamente alcuna limitazione o remora, se e a patto che sia integrato. Per integrazione significa l’accettazione senza distinzione della legge sia costituzionale sia nazionale o locale. Questa pre-condizione non è richiesta in Europa ma tassativa in America.

L’arabo eletto, il sindaco di New York, pur gestendo una grande metropoli nel momento in cui propone l’arresto di un capo di stato in transito per la città (è il caso Benjamin Netanyahu) esce delle sue attribuzioni reinterpretando i limiti che la legge gli assegna. Ecco che si conferma come la comunità araba di minoranza statunitense e larga parte di quella nera, non hanno ancora maturato un livello di partecipazione alla società civile che ne legittimi incarichi elettivi nel sistema politico. C’è stato un Presidente di colore che ha ricoperto l’incarico per ben due mandati, ma cosa ci ha lasciato del suo lavoro?

La crisi dei democratici si conferma anche negli argomenti proposti all’elettorato.

Oltre la sterile critica alla Presidenza in carica, quali sono i motivi per cui votare democratico? Ecco il punto. L’abolizione delle frontiere non è un programma accettabile. Il resto? Ecco che la crisi dei democratici si trasforma in dramma politico.


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