Il prigioniero da Parkinson o The Prisoners of Parkinson è un concetto studiato e lanciato dal prof in sociologia ed economia, Giovanni Carlini, collaborando con il prof Cipolla dell’Università di Bologna e maturato nel contesto dell’Associazione Parkinson di Milano.
La precisazione è d’obbligo perchè si nota, nel Web, che altri si sono presi il concetto, ma non la pratica.
Quanto qui scritto non vuole solo ristabilire gli ordini di priorità tra chi è colui che ha studiato e lanciato il tema e chi se ne tra approfittando attribuendosi quanto non gli spetta (diatriba insignificante per i pazienti) ma INDICA DOVE RIVOLGERSI PER COGLIERE IL SENSO E L’ORIGINALITA’ DELL’IMPOSTAZIONE.
The Prisoner of Parkinson ovvero il prigioniero da Parkinson, essendo studiato da un sociologo, non entra in conflitto con la parte medica, non prescrive un farmaco o l’altro, MA INVITA A RICERCARE IN SE STESSI LA RISPOSTA ALLA MALATTIA.
Si tratta di una rivoluzione! Non farmaci; risposte!
Mi spiego.
Osservato, in diversi pazienti, come l’uso “del farmaco” produca scompensi importanti (ricordo una Signora friulana, sposata con figli, ma bisognosa di 3 rapporti sessuali al giorno SENZA soddisfazione, ovviamente con più uomini oltre al marito, fatto non isolato e studiato in altre espressioni su diversi pazienti) ecco che la risposta, nel contesto del concetto “Il prigioniero da Parkinson”, si porta oltre alla farmacologia e ricorre al comportamento.
Una linea di comportamento che NON PUO’ essere limitato ed applicato dal paziente, ma da chi gli è vicino, il marito, l’amante o altri e questa presenza NON si limita al solo ed effimero “sesso” , pur restando certamente fisica!
Il contatto epidermico calma il tremore nel paziente e dev’essere un contatto pelle a pelle con una persona significativa e storica nello sviluppo delle relazioni dell’affetto dal morbo.
La dinamica sessuale di coppia è certamente strategia, ma estensibile più semplicemente alla mano nella mano, la carezza ed affettuosità.
E’ facile immaginare una moltitudine di persone che accarezzano il proprio gatto: ebbene, il concetto è lo stesso!
Il paziente va “accarezzato” sistematicamente da persona significativa per calmarlo e aiutarlo a sovra emergere rispetto alla malattia.
A seguire maggiori approfondimenti.
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