Un anno di dignità, privazioni, morte, esilio, guerra. L’Ucraina ha solo anticipato il nostro futuro? Francamente nessuno conosce la risposta e ogni previsione in merito è fuori luogo.

Certamente la Ue, dove ogni giorno si celebra in forma assillante l’unità, è quella che non regge la sollecitazione.

Cos’è la Ue? Non lo so. Nel dubbio su cosa sia l’Ue è saggio astenersi da ogni considerazione in merito. A volte il silenzio è peggio delle parole.

Sulla sorte della Ue si è visto in forma palese come il Presidente degli Stati, 48 ore fa, è stato a Kiev e quindi a Varsavia rientrando negli Usa. Non solo, ma l’Ungheria vieta il suo spazio aereo agli aiuti verso l’Ucraina. Certamente non vorrei sentirmi ungherese quando la Russia, umiliata dalla sconfitta, i conti poi, in Europa, andranno fatti in casa. L’Ungheria è in prima lista avendo molte cose da spiegare e a seguire la Germania. Cadendo la credibilità tedesca perchè compromessa/corrotta con la Russia, viene meno la stessa Unione Europea.

La sicurezza non è nell’Unione, ma nella NATO.

Lasciando alla deriva l’intero impianto comunitario resta la guerra e i suoi insegnamenti. Trai i molti uno in particolare resta sotto traccia: l’informatica e la sua non sicurezza.

Internet è come un’interruttore: basta spingerlo per spegnere tutto.

Finché spariscono le chattate o le stupidate del social conta poco, ma quando a scomparire sono le cartelle cliniche, gli estratti conto bancari e le diverse contabilità, cambia tutto. Il web si è rivelato fragile, corruttibile, modificabile (vedi le elezioni politiche o presidenziali virtuali che affidabilità danno). Chi si fida del virtuale? Com’è possibile dormire tranquilli quando la nostra capacità di spesa quotidiana è affidata alla moneta virtuale? Se dovesse saltare definitivamente il sistema dei pagamenti virtuali e tutto non è più raggiungibile “in banca” la spesa al supermercato come la si fa?

Un’altra vittima della guerra è l’eccesso di dipendenza dal virtuale.

Un anno di sorprese che tutti sapevamo, ma ancora vogliamo tacere.

La crisi