Stampare moneta è una delle funzioni di una Banca Centrale come ad esempio la Banca d’Italia.
In Italia ci sono 110 provincie, quindi 110 sedi di Banca d’Italia. Ogni giorno le succursali della banca Centrale italiana comunicano a Roma il livello dei prezzi registrato nella provincia di pertinenza affinché si decida quanta moneta stampare. Fin qui nulla di particolare.
In occasione di concreto rischio di fallimento italiano per eccesso d’indebitamento nel 2015 (il  primo fu vissuto nel 1992 e il terzo nel 2020 per la pandemia da polmonite cinese, chiamata “covid 19”), la Banca Centrale dell’Unione Europea a guida del dott. Mario Draghi, ottenne il permesso dalla Bundesbank tedesca, applicando anche nella Ue, la procedura americana nota come “Quantitative easing“.
Questa prassi, pensata dagli americani della FED (la banca centrale americana) fu applicata a partire dal marzo 2009 per fronteggiare la grave crisi nota come “subprime” (crisi del debito immobiliare statunitense).
Il “Quantitative easing” consiste nello stampare la moneta senza preoccuparsi d’avere una corrispondenza in beni e servizi prodotti dalla Nazione.
Il QI è noto in italiano come “allentamento quantitativo”.
Qui però serve una precisazione.
Per stampare moneta, senza produrre inflazione, è necessario che sia rispettata una regola: tanti beni e servizi sono stati prodotti dal sistema economico, tanta moneta si può stampare. Tutto quello che è introdotto, come moneta, sul mercato, in più rispetto al livello di produzione è inflazione.
Da quel momento il mondo degli economisti s’è diviso in due:
- la fazione, minoritaria, di cui io sono parte, considera corretta la stampa urgente di moneta per fronteggiare la crisi a patto di prepararsi per l’arrivo dell’inflazione;
- l’altra fazione, maggioritaria, impegnata nell’evitare l’insorgenza di una crisi da Grande Depressione, che sarebbe la numero 3 rispetto al 1874 e al 1929, afferma: finché non si vede l’inflazione non c’è da preoccuparsi.
Allegato 1: eppur, nonostante la stampa di 80 miliardi mese d’euro nella Ue e dollari negli Usa per diversi anni, l’inflazione non è stata registrata:
Chiedersi chi abbia ragione o torto è forse inutile.
Purtroppo non c’è ancora stato un momento di convergenza e studio comune sugli effetti inflattivi dello stampare moneta da parte della banca centrale.
Rispondere che sino ad oggi non s’è verificata alcuna ondata d’inflazione (vedi allegato 1) è troppo poco.
Nessuno pone di discussione il bisogno immediato di una risposta alle crisi.
La contestazione nasce non nel “fare reagendo” (che è giusto) ma nel non prepararsi per le conseguenze inflattive che seguiranno.
E’ esattamente quello che s’imputa al Mario Draghi, colui che ha anche governato il Paese senza essere stato eletto da nessuno.
L’allegato 2 spiega come la stampa di moneta alza il tasso d’interesse.
La dinamica è osservabile nel grafico “a” per cui Ms (offerta di moneta) salendo da A ad A’ eleva il tasso d’interesse generando una curva che in macroeconomia si chiama LM (liquidità e moneta).
Da notare che un maggior tasso d’interesse è da considerarsi sinonimo d’inflazione più alta. Anche se solitamente s’alza il primo (il tasso) per fermare il secondo (l’inflazione) i termini sono collegati per causa ed effetto. Per cui specificare che s’alza il tasso d’interesse o si genera inflazione, vuol dire esprimere concetti correlati.
La risposta al quesito c’è ed è oggetto del prossimo studio qui pubblicato.
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