Rapporto Semilavorati

Aggiornamento al 20 settembre 2010 di Giovanni Carlini

Fonti:
– Quotazioni Ufficiali London Metal Exchange – indici LME, COMEX e NYMEX.,
– Quotidiano: Il Sole 24Ore e suo sito “Metalli 24 materie prime”
– Associazioni: Assofermet e Camera di Commercio di Milano

CONSIDERAZIONI A CARATTERE GENERALE E PROIEZIONI FUTURE

Se i tempi sono difficili ecco, tra l’altro, cosa serve per capire le tendenze
Non è più possibile scrivere una rubrica di metalli o commodities limitandosi nell’analisi a quanto strettamente pertinente all’argomento. Quelli che lo fanno (stampa e siti web specialistici) peccano di visuali scarse, ponendo in pericolo il lettore inducendolo in scelte spesso azzardate e rischiose. Cercando di spiegarsi con un esempio, chi attraversa la strada solo perché il semaforo ha indicato il verde nel passaggio pedonale, senza guardarsi preventivamente a destra e sinistra? Ebbene qui è la stessa cosa. Non è possibile cercare di capire senza delle visioni panoramiche sulla macroeconomia, la sociologia dei consumi, il marketing, la politica in ambito nazionale, UE e quella dei grandi paesi come gli USA, la Gran Bretagna e gli emergenti. Quindi i livelli d’importazione del petrolio, materie prime nei paesi occidentali per misurare il loro tasso di crescita e le politiche monetarie come fiscali. E’ vero che il rischio insito nelle parole appena scritte, sta nel bloccarsi e nel non fare più nulla, perché le competenze richieste sono eccessive. In realtà, dirigere un’azienda oggi, richiede il coordinamento tra più personalità, capacità e conoscenze, oltre l’umana possibilità del solo imprenditore.
Non adattarsi nel formare uno “Stato Maggiore”, che all’interno dell’azienda analizzi almeno settimanalmente le tendenze di mercato, significa solo esporre l’impresa a soglie di rischio sempre maggiori rendendo l’indecisione sovrana. Non che l’incertezza sia annullata con questi accorgimenti, ma certamente si opera con un maggiore rispetto per le buste paga dei dipendenti, del loro tfr e diritto a pensione conservandosi il posto di lavoro.

Il rischio di una double dip
Uno tra i più autorevoli economisti al mondo, Nouriel Roubini, che ha previsto l’attuale crisi due anni prima ma è rimasto inascoltato, ritiene possibile una recessione del tipo “double dip” (a doppio minimo) solo per gli USA e non per l’Europa. Infatti il 46% degli economisti statunitensi è ora dello stesso parere. Questo per rispondere agli ottimistici proclami dei governi e falsi analisti, che dichiarano tutti all’unisono quanto “il peggio sia passato”, laddove pare non sia vero.
Come si stanno comportando i governi per gestire questi mesi
Mantenendo sullo sfondo il rischio di una pesante ricaduta nel decorso di questa crisi, l’America e l’Europa si stanno muovendo su due strade completamente diverse. Gli americani spendono ingenti quantità di denaro pubblico invece gli Europei che hanno già investito, ora stanno contraendo i deficit di bilancio. Chi ha ragione? difficile dirlo, probabilmente entrambi. Il nodo di fondo o il metodo per capire di più chi possa avere ragione o no, è il livello di industrializzazione del Paese. Gli Usa hanno delocalizzato il 40% del loro settore manifatturiero consentendo agli emergenti di diventare ricchi e sopportando un 10% scarso di disoccupazione. Qualcosa del genere è accaduto anche in Europa, ma non in queste dimensioni, soprattutto in Gran Bretagna e Francia, meno in Spagna e molto di meno in Germania e Italia, anche se l’emorragia nel numero d’imprese per effetto della delocalizzazione è gravissima anche da noi.

Utilizzando gli indicatori per capire
Ci sono tre aspetti che lasciano pensare. Un’indagine avviata in Cina dal governo fa crollare la quotazione dello zinco nelle borse cinesi, trascinandosi dietro il rame e gli altri metalli al LME. Questo particolare indica come il prezzo dei metalli di base sia sganciato dal suo effettivo valore e solo frutto di oscillazioni speculative. Si tratta di un’informazione già nota a tutti, ma non nella sua dimensione. Normalmente abbiamo da un minimo del 60% a un massimo dell’85% di sovraprezzo speculativo. Attenzione che gli iper valori, studiando un minimo di storia economica, sono sempre destinati a sgonfiarsi, è come una legge di natura. A nulla serve riempirsi la bocca di Cina quando questo paese è a rischio di collasso, per aver operato in un mercato capitalistico senza essere una democrazia. La possibilità di trovarsi in magazzino della materia prima che dalla mattina alla sera resta invenduta, trascinandosi dietro tutta l’impresa è difficile da credersi, ma credibile perché accaduto molte volte.
Il secondo segnale di cui tener conto è la contrazione di 1,8 milioni di barili di petrolio importati negli USA in settembre, il che si esprime con un -0,2 per le benzine e -0,4 per i distillati. Questo segnale è molto importante perché indica una riduzione dei consumi da parte degli americani, quindi finalmente un calo dei deficit da import. La costante ricerca di energie alternative sta dando i suoi frutti in quel mercato. Quest’informazione va sommata a un altro dato passato in sordina: il tasso di risparmio. Gli italiani sono scesi dal 14,7% del 2008 all’attuale 13,4% del reddito (con un indebitamento salito dal 59,6 del marzo 2009 al 63,1 del marzo 2010) I tedeschi restano costanti sia come risparmio (17,3%) che come indebitamento (88,6) ma gli americani crescono nei risparmi dal 3,6% del 2008 al 5,9 del luglio 2010 con un indebitamento calato dai 158,7 di marzo 2009 ai 152,1 del marzo 2010.
Qui ci sono le premesse per un risveglio del mercato statunitense, prima dei 2 anni di stallo previsti dagli esperti (blocco politico derivante dalle elezioni di mezzo termine nel prossimo 2 novembre, quando la maggioranza repubblicana, contraria all’attuale amministrazione, ne decreterà la fine, imponendo uno stallo in attesa di nuove elezioni presidenziali fra 2 anni). Una situazione di questo tipo non da piacere a nessuno.
Conclusione
Con quanto espresso i prezzi dei prodotti di base, semilavorati e derivati non possono che fermarsi, anticipando quella flessione prevista verso fine anno e sbaglia chi confonde la crescita dei prezzi con il benessere del mercato, perché questo non è vero. La tendenza generale dei prezzi dovrebbe stabilizzarsi nel corso del 2011, ma anche qui ci sono almeno due visioni opposte. Analizzando dati empirici (fatti realmente accaduti e recenti) si rileva come la mineraria Rio Tinto ha accordato, in settembre, alla giapponese Kobe Stell, un calo del prezzo sul minerale di ferro del 13%. Non solo, ma la Sumitomo, sempre sul ferro, ha ottenuto un calo di prezzo del 16% limitando a 127 i dollari per tonnellata. Oggi è ancora presto per indicare una via anche se, nel 2008 le prime stime indicarono nel 2014/2015 un ritorno a livelli comparabili con quelli pre-crisi.
In questo momento è solo possibile dire che la siderurgia europea, lavora a ritmi del 40% superiore ai dati del 2009 ma è ancora inferiore, come livelli, se comparata al 2008. L’Italia è al 34% (dati riferiti a luglio 2010) Gli Stati Uniti sono al 62% sopra il 2009, ma al 45% sotto rispetto il 2008, quindi si trovano in una posizione migliore rispetto l’Europa. La Cina, qui indicata per un confronto è al 18,2% sopra il 2009, il che esprime i grandi problemi di invenduto e sovra produzione d’acciaio che la affliggono.

COMMENTO ALL’ANDAMENTO DEI PRINCIPALI METALLI

ALLUMINIO
Negli ultimi mesi l’interesse speculativo nell’acquisto di materie prime è fortemente cresciuto. In base ai dati a livello aggregato dell’ente americano Cftc, i contratti a termine di questo tipo sono fortemente aumentati, da metà giugno tanto da raggiungere a settembre i massimi storici toccati a inizio 2008, quindi nel terzo trimestre 2009 e nel primo trimestre 2010.
Le statistiche si riferiscono alle posizioni di acquisto non commerciali (quindi puramente speculative) di tutte le materie prime trattate negli USA. Per quanto riguarda i metalli di base, l’unico trattato è il rame. Tutto quanto qui detto non riguarda l’alluminio, che prosegue la sua vita non intaccata, per fortuna, dalla speculazione. In effetti dal 2004 l’alluminio è cresciuto mediamente del 4% annuo il che indica la reale dimensione del settore, al netto della follia da speculazione, che ha minato l’intero settore, esponendolo a forti ribassi non programmabili. Il che pone in pericolo l’impresa commerciale che lavora in questo settore, laddove si trovasse in magazzino della materia prima non più collocabile per prezzo. Ebbene l’alluminio è fuori da questo rischio.

RAME
Salirà il prezzo del rame? Probabilmente si. Tutto ruota intorno al possibile deficit di metallo che nel 2010 è stimato da Bloomsbury, intorno alle 170mila tonnellate di rame raffinato e a 400mila per il 2011. Queste stime non sono unanimi, perché indicano il doppio di quanto la comunità degli analisti prevede, ma rappresenta ugualmente un segnale di scollamento tra l’offerta e la domanda. Nonostante la crescita dei consumi e il rialzo dei prezzi, la capacità di estrarre minerale non aumenta oltre il 2,4% a causa dell’invecchiamento e impoverimento dei giacimenti (sino ad ora sono stati estratti i minerali più ricchi, mentre ora ci si impegna su quelli a minor tenore di metallo). Sul lato della domanda mondiale, il rame dovrebbe essere in crescita del 5% quando una differenza del solo 1% corrisponde a 200mila tonnellate.
Nell’immediato futuro sono previste aperture di nuove miniere, come quella da 400mila tonnellate anno della anglo-svizzera Xstrata, ma non saranno in attività prima del 2014.
Intanto il contango, la differenza tra la quotazione a pronti e a termine sui tre mesi, è scesa a 12 dollari dagli usali 25 e questo indica come i valori si stiano uniformando su un asse temporale comune. Ciò è anche confermato dal continuo calo delle giacenze di rame nel magazzini del LME, scese di 14.300 tonnellate, in controtendenza ai sette anni precedenti che nello stesso periodo aumentarono. In conclusione è credibile pensare a un costo del rame che si manterrà alto o comunque caro (come sempre) nei prossimi mesi, da cui ne consegue la magra consolazione di poter comprare con serenità per il proprio magazzino, anche se la reale possibilità di una ricaduta della crisi può sconvolgere ogni piano d’approvvigionamento e prezzi senza alcun preavviso.

STAGNO
Se i consumi dello stagno nel 2010 sono previsti in 345mila tonnellate, crescendo del 15%, la produzione aumenta solo del 2% a 328.500 tonnellate in tutto, lasciando scoperto un eccesso di domanda da 17mila tonnellate. La crescita nel consumo è dovuta alla richiesta per leghe saldanti e banda stagnata, utilizzata nel comparto degli imballaggi alimentari.
Pare che la nuova strategia di mantenimento del prezzo sia quella di tagliare gli asset di produzione, anche se, in effetti, c’è da riconoscere come la riduzione dell’offerta derivi da un riordino del mercato. In Indonesia, che rappresenta il primo esportatore mondiale, l’intensa lotta alle miniere illegali (quelle che non pagano le tasse) ha contratto la produzione del 20% a 85mila tonnellate. Quindi sale la produzione della Cina, ma non in forme adeguate al fabbisogno interno. Scende la produzione in Perù e lo sfruttamento illegale delle risorse, frena l’estrazione in Congo. Quindi siamo in presenza di una ristrutturazione complessiva dell’offerta, che in effetti riduce la quantità di metallo disponibile.
La conclusione per lo stagno è come quella già espressa sul rame, ovvero per prezzi che si manterranno alti nei prossimi mesi e quindi ne deriva una certa serenità nel “far magazzino” con questo metallo, da parte degli operatori, al netto di reali sconvolgimenti sul mercato. Va comunque segnalato quanto a settembre 2010 lo stagno sia già cresciuto del 31,8% rispetto a dicembre 2009, quotando i 22.050 dollari la tonnellata, il che esprime come rischiosa e fragile sia una successiva evoluzione del prezzo.