Affermare che chi opera in un distretto cresce di più

Chi è protetto dal distretto cresce di più

di Giovanni Carlini, sociologo e studioso di marketing

Affermare che chi opera in un distretto cresce di più, significa riferirsi a un concetto di fondo: l’unione fa la forza. Il problema è che questa forza non è prerogativa solo del sistema distrettuale italiano, ma di qualsiasi impresa che sappia “fare sistema”. Ovviamente se in un distretto tutto ciò è automatico, agire da soli, seppur necessario, non è impossibile.

Le premesse
Per fronteggiare una perdurante difficoltà “nel fare impresa” serve organizzazione. Oggi, nel panorama italiano, (in realtà da 50 anni) chi detiene un primato nella sinergia tra imprese è il distretto. Assodato che questo sistema lavora meglio rispetto chi è solo, il concetto da approfondire qui è come sia possibile applicare metodi e stili “da distretto”, quando non è possibile accedervi per tanti motivi, che verranno in altro studio approfonditi.

I bisogni delle imprese nel 2010
Le imprese oggi non hanno bisogno solo d’informazioni da condividere, ma soprattutto sia di liquidità che iniziative. Se sul primo aspetto le difficoltà sono sostanzialmente comuni con tutto il sistema aziendale nazionale, in ambito “iniziative” il modo di fare ed essere distretto, brilla meglio e di più degli altri; vediamone il perché attraverso un fatto reale appena accaduto.

Un fatto di vita vissuta: cercare affari in Libia
Un’impresa “capo fila” di un distretto del nord ovest, a corto di lavoro e ancor peggio di liquidità, con l’export non in grado di sostituire le commesse nazionali, tenta il tutto per tutto. Dopo ben 10 mesi di trattative “svolte a distanza”, grazie a un intermediario d’affari libico residente in Italia, è stata aperta una prospettiva che dovrebbe giungere a una forma di conclusione. Armati di coraggio, il titolare dell’impresa, con un italiano nato in Libia nel ruolo d’interprete e un signore settantenne esperto di trattative con l’estero (Cina, Asia e Americhe) partono per una settimana di visite da sviluppare in quel “scatolone di sabbia” come fu definita 70anni fa la Libia.
La partenza avviene con la compagnia libica di bandiera, perché l’Alitalia non è conveniente su prezzi e giornate di viaggio. Dopo aver ricevuto i visti dall’ambasciata libica in Italia (in questo l’intermediario libico, residente nel nostro paese, è utile perché acconsente che la squadra sia “chiamata” dal paese arabo, anziché vi si rechi di sua iniziativa. Ciò significa ottenere i visti in pochi giorni e svolgere il tutto on line)
Così partiti, “i ragazzi” avviano una serie di incontri che hanno le seguenti caratteristiche:
– non prima delle 11 del mattino è possibile iniziare il lavoro;
– i più incontri della stessa trattativa, svolta su più giorni, ogni mattino rincominciano da capo, praticamente azzerando quanto concordato il giorno prima. Per limitare-contenere questo modo di fare, l’imprenditore italiano, trascrive i diversi passaggi concordati, innervosendo non poco i corrispondenti libici, che si trovano con uno spazio limitato di manovra nelle loro esercitazioni verbali;
– di fatto l’intermediario libico residente in Italia si limita solo a far incontrare le parti, ma nel corso della trattativa sono gli italiani a trattare ogni passaggio;
– giunti verso il termine della settimana di viaggio (siamo a mercoledì sera, in quanto il venerdi corrisponde alla nostra domenica) colpo di scena! Non è possibile svolgere affari in Libia se non tramite un proprio ufficio (costo di realizzazione 25mila euro) o per mezzo di una joint venture o infine, attraverso un intermediario libico;
– interpellato l’addetto commerciale italiano presso la locale ambasciata, emerge che la normativa locale per gli affari internazionali, ha uno sviluppo “giornaliero”, dove le norme si accavallano una sull’altra. Nonostante questa “evoluzione” delle legge, grazie a diversi contatti è possibile individuare un intermediario locale, che si offre senza richiesta di alcun compenso economico, nel ruolo di agenzia a patto che gli si affidi l’esclusiva;
– grazie a questi accorgimenti, realizzati “in corso d’opera” in successione rapida, apportati alle diverse trattative aperte, si riesce complessivamente a firmare contratti per 2,5 milioni di euro. Non è molto, ma il ricarico è confermato al 40% e le modalità di pagamento sono 30% all’ordine e il 70% alla partenza del container dalla sede italiana dell’impresa.

Non è male.
Una commessa di questo tipo salva l’impresa, ma non finisce qui. Nel contesto delle più discussioni aperte in Libia, l’imprenditore italiano ha coinvolto altre 4 imprese più piccole (non in grado di assumere un’iniziativa di questo tipo) le quali permetteranno successivamente (1 mese dopo il rientro e grazie all’operatore locale in Libia) di firmare un altro contatto da 3 milioni di euro da dividersi con i colleghi di distretto.
Cosa emerge da questa vicenda
Il racconto descritto è vero in ogni suo passaggio. In termini di tempo coinvolge in tutto 10 mesi di contatti, ma solo perché non c’è stato prima l’ardire di partire. Questo “spirito d’avventura” è stata una scelta obbligata dell’impresa, stimolata dal rischio ormai concreto di dover chiudere l’attività. (va rammentato come gennaio 2010 si sia chiuso, in diversi settori, con un -40% e l’indice dei fallimenti e pignoramenti sia raddoppiato) In Libia l’imprenditore, che ha così salvato la sua impresa, si è presentato effettivamente come azienda singola, ma in realtà, chiamando altri suoi colleghi in aiuto, per svolgere parti della commessa, ha “fatto sistema” con altre aziende più piccole dello stesso comprensorio e questo ha premiato, perché nel complesso sono stati firmati contratti per 5,5 milioni, oltre i suoi 2,5. Ecco la forza del sistema.
Il distretto come clan di amici o sistema di lavoro?
La storia raccontata potrebbe essere applicata a qualsiasi azienda che sia o no parte di un distretto. In fondo basta organizzarsi, partire, trovare alcune opportunità e quindi metterle in comune con altre imprese, per ottenere lo stesso risultato. Se questo è vero, perché la vicenda viene inserita in un articolo dedicato al sistema distrettuale italiano?
La differenza tra l’essere fuori dal distretto o dentro è strutturale.

Chi è fuori dal distretto è quindi più in difficoltà?
Obiettivamente chi è fuori dal distretto, ha meno informazioni e si trova in una posizione più debole nel trattare con le banche. Se questo è chiaro, la soluzione per il resto degli imprenditori italiani, non è tanto e solo “entrare in distretto o formarne uno ad hoc”, ma acquisirne il metodo, portando a sistema alcune procedure tipiche.
Tutto sommato qui si sta affermando la validità del “sistema distretto”, suggerendone di allargarne tempi e modi a tutti gli imprenditori, affinché possano muoversi in squadra, indipendentemente dall’essere o no parte. Per far questo non basta conoscere “tizio e caio” o avere amici che sono anch’essi imprenditori, con cui incontrarsi per una partita a carte, serve, al contrario, un continuo scambio di informazioni, esperienze e novità tra imprese. E’ necessario leggere la stampa specifica di settore e filtrarne le notizie per applicarle o discuterle, quindi concordarsi per partecipare alle fiere e dividere i costi di realizzazione di stand espositivi o viaggi d’esplorazione. In questo modo si sta parlando sia di un Consorzio che Associazione o qualsiasi altro forma di coordinazione.

La coordinazione è l’arma per restare sul mercato
Distretto o no, per battersi sul mercato l’azienda singola non è più adeguata. Attenzione che per “singola”, non si intende solo quell’impresa che non fa parte “di nulla”, ma anche e soprattutto di coloro che gestiscono l’attività singolarmente o nel ristretto ambito familiare. L’impresa “adeguata” è quella che deriva dal convergere di più interessi. In questo modo si invita la proprietà aziendale ad aprirsi alla partecipazione di altri.
Il medico torinese con 1 milione di euro da investire
Un medico di Torino aderendo allo scudo fiscale, ha riportato in patria 1 milione di euro dall’estero. Ora si pone il problema di come e dove investire questa cifra. Una situazione del genere viene risolta accettando il medico quale finanziatore esterno a un tasso d’interesse annuale del 5%, ma il punto è un altro: come si entra in contatto con queste opportunità? In questo caso che si faccia parte di un Consorzio o Distretto che sia non è particolarmente significativo. A questo tipo di contatti si entra solo per conoscenza diretta e il loro scopo è aggirare le rigidità di banca, apportando liquidità direttamente alle imprese. Ecco scoperto un limite dell’Associazione o Consorzio, ma che non deve privare l’impresa di queste opportunità raggiungibili solo tramite la consulenza professionale e le amicizie-conoscenze.
L’occupazione è l’incognita 2010 anche per i distretti
Se il sistema dei distretti nel corso del 2009 ha comunque tenuto, i cali più forti si sono avuti nella meccanica, la casa e la moda. Pare che nel 2010 ci sia una certa ripresa economica, ma chi sicuramente resta al palo è l’occupazione. Un sondaggio realizzato da Unioncamere evidenzia che il 25% delle imprese del sistema dei distretti in Italia, ridurrà il numero degli addetti nel corso di quest’anno. Mentre il 42% delle imprese ha già contratto gli organici nel 2009, quindi una quota maggiore rispetto alle aziende che non sono collocate nel tessuto dei distretti.
Dal primo rapporto dell’Osservatorio nazionale dei distretti emerge
Il rapporto descrive come importante sia la ricerca di nuovi spazi di nicchia e mercati. In tal senso l’elenco si focalizza sul Nord Africa, Medio Oriente e l’Asia, per supplire a un calo d’export nei flussi tradizionali. Sotto esame sono stati messi 92 distretti per 188mila imprese con 1,45 milioni di occupati. Da ciò emerge che i cali nell’export sono stati del 25,4% per i distretti del Nord Ovest, del 17,8 % nel Nord Est, del 22,4% nel Centro e del 10,3% per il Sud. In alcune aree la crisi da esportazione è ancora maggiore come per il comparto delle macchine agricole di Reggio-Modena a quota -30%
I problemi più gravi da affrontare
Come indicato dal Presidente della Federazione dei distretti, il 67% degli imprenditori intervistati lamenta carenza di liquidità e il 50% un aumento dell’indebitamento e ritardi nei pagamenti ai fornitori, mentre il 45% un calo negli investimenti in attrezzature e macchinari. Infine il 39,7% denuncia un ridimensionamento dei rapporti di subfornitura.
La riscossa per uscire dallo stallo
Sempre grazie al Rapporto, emerge che per uscire dalle difficoltà il sistema dei distretti ha reagito in diversi modi. Il 29% ha ridotto i prezzi, il 19,3% si è lanciato su nuovi prodotti, il 9,6% sull’innovazione di quei prodotti già realizzati, il 10,4% nella ricerca di nuovi clienti, il 9,6% su nuovi mercati e infine il 3,3% sul miglioramento della rete commerciale.

Il sistema tiene
Il 60°% degli intervistati dal Rapporto, dichiara di considerare il sistema distretti Italia “la soluzione organizzativa migliore” per affrontare il mercato, supplendo alla piccola dimensione d’impresa che rappresenta il male maggiore delle imprese italiane.

Conclusioni
In questo studio non si parla solo di distretti, ma di metodo di lavoro. Prendendo spunto da una realtà che c’è ed è operativa con tutte le sue luci ed ombre, s’invitano le imprese italiane non tanto a entrare in un distretto, ma ad agire come se lo fossero loro stesse. E’ il concetto che è importante più che l’appartenenza territoriale a qualcosa, che forse potrebbe essere lontano geograficamente o non praticabile per molti aspetti. Operare come se si fosse in un distretto, significa soprattutto aprire alla sinergia con altri, quindi utilizzare idee e spunti per migliorare il prodotto, la rete commerciale, cercare mercati nuovi e ricevere altre forme d’investimento da coloro che hanno ritirato i fondi in esito allo scudo fiscale. Buon lavoro.