Il Parkinson come si cura?

Il Parkinson non lo si cura quando lo si sta soffrendo ma prima, molto prima. Mi rendo conto di scrivere qualcosa che produce sia dolore agli attuali malati e prigionieri della nota malattia, che sostanzialmente inutile sul piano delle relazioni scientifiche. Di fatto però si conferma sempre di più, nelle osservazioni svolte, quanto questa malattia rappresenti un “corto circuito” del sistema nervoso che, sovraccaricato, ha “bruciato” alcuni fili/connessioni che attualmente non siamo in grado, scientificamente, di sostituire. Chi ha “bruciato” parti di queste connessioni, è condannato a vivere di conseguenza. Di fronte alla inusuale durezza di una diagnosi così cattiva sul Parkinson che fare?

Le soluzioni sono due:

a) per chi è malato o prigioniero, per vivere meglio la sua vita, dovrebbe applicare la note procedure già descritte e in sviluppo note come The Prisoner of Parkinson – La Teoria del Prigioniero da Parkinson, contenute nella più ampia Sociologia del dolore-Pain Sociology;

b) per chi non è malato dovrebbe essere lanciata (come per la campagna di prevenzione al fumo, all’AIDS e altre patologie) un’azione di prevenzione invitando alla riduzione degli stimoli nervosi e all’eccesso di nervosismo/agitazione/stress/ansia, che rappresentano tutte concause non indispensabili ma importanti, nello sviluppo della malattia.

Su quest’ultimo punto potrebbe scatenarsi una polemica che non finisce più, confermando l’inutilità di una vita “nervosa”, dove solitamente le persone abbaiano senza pensare e in ciò, l’abuso del web, ha un ruolo importante come sovreccitazione nervosa. Non solo, ma torna alla mente come ultimamente siano stati “scherzosamente indicati i comportamenti della maggior parte di malati di questa malattia: incazzati sociali. Ebbene si, studiando il comportamento sia dei malati sia dei prigionieri da Parkinson, si osserva una reattività nervosa e una stabilità comportamentale carente. Perché? Il Parkinson è in grado di colpire la stabilità del comportamento? Francamente non credo sia la malattia che colpisce la linearità del comportamento dei malati/prigionieri, quanto l’apporto farmacologico, le cui dosi perpetuate nel tempo, oggettivamente, intaccano la stabilità delle reazioni nervose. Serve a questo punto una nuova farmacologia nel Parkinson e anche una prevenzione che attualmente è inesistente.

Chi scrive, è saggio dirlo, ha avuto la mamma morta di Parkinson e si sente involontariamente candidato ad ammalarsi di questa malattia, per cui la studia per cercare soluzioni, anzichè riempire pagine di ricerca fine a se stessa.

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Buon lavoro.