L’Italia e la Grande Guerra – Politica e cultura dal 1870 al 1914, scritto da John  A. Thayer edito da Vallecchi nel 1973

Questo libro fu comprato dal mio papà indicativamente 40 anni fa e tenuto in casa senza che lui l’abbia letto. Formandomi una mia vita, presi il volume e lo portai, 35 anni fa, nella mia abitazione, senza che abbia mai avuto modo di poterlo leggere. In questo periodo, dal 22 al 30 dicembre a un ritmo di 32,5 pagine al giorno l’ho finalmente letto aggiungendosi a quei 12 testi, sul periodo della Grande Guerra, studiati nel corso del 2015 e necessari alle mie ricerche.

In questo studio sulla Grande Guerra, emergono degli aspetti completamente nuovi rispetto a ogni altra lettura sul tema:

a) c’è una fortissima connessione tra cultura e politica, in Italia in particolare, nel periodo 1890-1914;

b) la cultura di cui si parla, emerge da un Risorgimento concretizzato dalla parte erudita della nazione (appena un 2%) che ha successivamente condizionato la politica dell’Italia Unita, trovandosi a disagio nel pragmatismo di governo prima di Cavour e successivamente del Giolitti. Quante “gliene sono state dette al Giolitti!!! ma quante…..un vilipendio assurdo” sono parole mie, ma descrivono bene la tensione di quegli anni dove i giovani intellettuali hanno esagerato cercando con ciò di richiamare la politica ai più alti valori morali, non capendo quanto stessero montando una farsa. Mi spiego meglio. Il sentirsi “orfani dall’eccitamento” nel partecipare come congiurati (oggi si direbbe terroristi) alla formazione dell’Italia Unita in epoca Risorgimentale, ha spinto le generazioni intellettualmente mature a cavallo del Novecento, verso l’intolleranza su tutto e tutti. Il nuovo tessuto intellettuale, rompendo completamento con il passato ha cercato nuove strade completamente inedite. Sopratutto in Germania e in Italia, rispetto la Francia e l’Inghilterra (come riferisce la ricerca del Prof. Huizinga nel 1915 all’università di Leida in Olanda) le nuove ispirazioni culturali hanno privilegiato la potenza, l’imperialismo e il nazionalismo rispetto l’equilibrio sociale. Per raggiungere un ipotetico e mai appagato senso di potenza, i tedeschi come gli italiani di quel periodo, hanno mitizzato il concetto di Stato anzichè quello di Società. Fin qui, tutto sommato, nulla di particolarmente grave, il problema ci fu quando, in questa ricerca del nuovo, gli intellettuali dell’epoca (troppo giovani per essere tali) attraverso le loro riviste e influenzati dalle nuove teorie di Frederich Nietzsche, si lasciarono andare a una critica fine a se stessa. Ad esempio, criticando (cone al solito) Giovanni Giolitti, furono travolti dell’entusiasmo per la campagna di Libia del 1911 per poi (come i ragazzini) non esserne più “contenti” perchè a loro mancava sempre qualcosa. Nella loro percezione di NON appagamento mancò la forza, l’energia, la velocità del nuovo, la novità. Eternamente immaturi, questi giovani intellettuali sbandarono tra il sindacalismo violento all’anarchia come nel nazionalismo, pur di trovare quell’energia e velocità nel provare il nuovo eletto a dogma della modernità. Il nuovo come divinità, la velocità come mezzo di trasmissione, l’accelerazione come sistema per godere e capire il nuovo mondo portò alla risposta per quello che sarà il fascismo.

c) questo sbandare, idealmente, da un estremo all’altro ha portato un socialista (il Mussolini) a confluire nella posizione d’interventista verso l’ingresso in guerra e infine fascista. Ecco dove gli estremi si sono toccati passando attraverso la giustificazione della violenza di Sorel (il sabotaggio ha valore morale);

d) grande importanza ebbero le riviste culturali. Sul piano dei capricci nelle idee vanno sicuramente menzionate Il Leonardo, quindi la Voce e infine Idea nazionale. A tutto ciò rispose Benedetto Croce con la rivista La Critica, che maturò poi nel 1914 in Italia Nostra. Combattendosi a colpi di articoli, gli intellettuali italiani proseguirono nel periodo 1870-1914 a giudicare la politica non quanto fatto concretamente ma nello spirito degli antichi valori di potenza e impero, coraggio e onore, restano sterili e isterici;

e) dove il libro si concentra ed è qui il suo grande valore, è nel cercare di capire come sia riuscito il governo ad ottenere la fiducia e l’ingresso in guerra, nonostante la stragrande maggioranza del Paese del Parlamento fosse contraria. Questo è un passaggio drammatico che collega quel maggio 1915 al 2015 italiano. Oggi è al governo nel nostro paese della gente che non esprime la maggioranza degli italiani eppure si trova nelle posizioni di vertice pur essendo priva di legittimità politica. Al di là del fatto che c’è addirittura un Presidente del Consiglio non eletto da nessuno (si configura un colpo di stato a tutti gli effetti) sommando i voti non di sinistra a coloro che non hanno votato, non ci sono i presupposti giuridici per governare. Ovviamente la legislazione non considera il non voto come un voto permettendo quanto sta accadendo in Italia oggi.

f) com’è stato possibile l’ingresso in guerra con la maggioranza del Parlamento contraria? In Italia c’era allora Giovanni Giolitti, momentaneamente non al governo, Il Presidente del consiglio pro-tempore, giolittiano, di nome Antonio Salandra, un professore alla ricerca di una sua identità per passare alla storia, e la Casa Regia nei Savoia. Il Re, francamente, non fu all’altezza di alcuna decisione, per cui il confronto si ebbe solo tra Giolitti e Salandra. Fuori dal parlamento un manipolo e limitati gruppi di scalmanati a favore della guerra (interventisti) solitamente giovani intellettuali (Benito Mussolini, Parini, Prezzolini etc..) schierati a favore della Francia e una massiccia presenza silenziosa di neutralisti. Da notare come il grave e gravissimo problema dell’arretratezza del Mezzogiorno fosse non percepito dagli interventisti i quali, al massimo, ritennero che la soluzione al sud d’Italia sarebbe stata nelle nuove colonie da ottenere con una politica imperialista. In pratica per gli interventisti il problema del Mezzogiorno avrebbe trovato soluzione in Libia, in Albania o nelle isole dell’Egeo turco. 

Tornando al concetto di fondo, di fatto un complessato e arrivista come Salandra è riuscito a firmare prima un impegno ad entrare in guerra con i francesi e inglesi (Patto di Londra) per poi farlo ratificare dal Parlamento. Come ci è riuscito? Una risposta la offre Benedetto Croce (l’intellettuale più autorevole del periodo) che pur essendo neutralista, quindi contrario alla guerra, votò a favore del governo, quindi di Salandra, contro Giolitti. La Grande Guerra divenne possibile grazie a questa “massa” di parlamentari che votarono contro le loro stesse idee per seguire l’autorevolezza del governo nella sua esistenza indipendentemente dal valore dei concetti espressi. In pratica quando recentemente accaduto in Italia, in Parlamento sulla riforma della Scuola nel corso del 2015: è stata votata una legge non voluta dal Paese, dalla Scuola, dal corpo docente, eppure è ormai legge e si chiama “buona scuola”. Ecco che c’è un filo conduttore tra l’epoca contemporanea e il 1915.

 

L’ingresso nella guerra, quella che sarà la Grande Guerra, modificò l’intero corso della storia italiana permettendo al fascismo d’essere la risposta ai bisogni e quindi la fine dell’epoca liberale e della casa regnante. Un’Italia senza guerra sarebbe stata simile alla Spagna dove solo nei primi anni Settanta, alla morte di Francisco Franco, il paese cercò una via allo sviluppo intenso (non che non fosse già sviluppato, se ne modificò la velocità di crescita. In effetti il concetto di nuovo e veloce rappresentano il cancro della società contemporanea).

Un grazie a John A. Thayer per aver scritto questo libro.