Perchè le proiezioni economiche diffuse dal Governo sono errate: ottimismo in economia diffuso per fini politici. 2015

L’ottimismo è una bella parola ma se messa in mano al sistema politico diventa spesso pubblicità; è quanto accade nell’Italia del 2014-2015. Perché?

L’ottimismo in economia è fondato quando si basa sul mercato interno. Questa legge dovrebbe essere di dominio pubblico e invece resta dimentica nei testi d’economia da una generazione che, adorando il concetto stesso di nuovo, si è sbilanciata sui mercati extranazionali, perdendo di vista valori e leggi economiche così importanti, da “mettere paura”, come la quantità di lavoro presente sul mercato (occupazione e buste paga da spendere) e l’importanza stessa del mercato interno che per l’Italia non è la Germania o la Russia, ma Trieste come Catania.

In assenza di una presa di coscienza dell’importanza del mercato interno, parlare di ottimismo in economia significa “dare i numeri”.

Cos’è accaduto, tanto da far dimenticare agli attuali “economisti” l’importanza dell’occupazione e del mercato interno? In questo sito molto spazio è stato impegnato nello studio delle cause della prima guerra mondiale. In pratica nessuno ha voluto leggere le riflessioni che ne sono scaturite. Nonostante ciò, la domanda a cui si è cercato di dare una risposta è: perché siamo caduti in questa crisi economica e sociale. Ebbene, cercandone le radici, sono state trovate nel periodo 1890-1914 ovvero dove nessuno le cerca. In quegli anni è iniziato il culto (adorazione) del nuovo come mai nella storia dell’umanità. I frutti di quella devianza, oggi sono un’esasperata ricerca (più pubblicitaria che di sostanza) di ogni cosa che sia nuova, assolutamente diversa dal passato indipendentemente dalla sua effettiva consistenza e solidità.

Nell’immaturità generalizzata di questo periodo contemporaneo, la Confindustria, gli economisti in genere e il Governo parlano di ottimismo in economia solo perché guardano sul versante sbagliato: quello del mercato estero e della produzione industriale diretta verso quelle società più stabiliti e strutturate rispetto l’italiana. Un incremento di produzione per i mercato esteri non aumenta l’importanza di quello nazionale (mercato interno) quindi rappresenta sicuramente un segnale positivo (meno imprese che falliscono) ma non giustifica alcun ottimismo in economia. E’ bastato un sabato pomeriggio passeggiare per il centro della città di Milano, per riscontrare un’impressionante quantità di chiusure di negozi. Via Meravigli, ad esempio, è morta, non c’è più nessun negozio in attività in una delle vie più centrali della città. Contando il numero di micro attività chiuse, si tocca direttamente il polso a un mercato interno collassato. Ottimismo in economia? Il modello economico della DC e specie di uno dei suoi leader, Giulio Andreotti, fu di ampliare, in forme impostanti, il commercio in Italia attraverso l’apertura dei negozi come sfogo alla disoccupazione portando gli italiani ad assumere il titolo di classe media agitata. Questa trasformazione sociale tagliò “l’erba sotto i piedi” all’allora PCI, oggi PD, sfoltendo la classe operaia e preparò il paese per una nuova generazione di professionisti che avrebbero in quegli anni studiato all’università. Così fu. Attualmente la distruzione del mercato interno, con intensi processi di delocalizzazione fuori da ogni controllo, ha spaccato quel sistema sociale sostituendo le certezze sociale di ieri con il precariato e la disoccupazione di oggi.

Dall’ottimismo in economia siamo passati al pessimismo e depressione. Non si tratta qui d’assumere una posizione di nostalgia, però la diffidenza verso gli economisti che non hanno saputo capire cosa stesse accadendo è certamente grande. Chi scrive è un sociologo-economista che non ha dimenticato i testi sacri per entrambe le discipline.

Concludendo: è sano e corretto parlare di ottimismo in economia nella primavera 2015? No, non lo è. Sarà sano parlare di ottimismo in economia quando si lanceranno politiche di reschoring già attive negli Usa dal 2010.

 

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