La Francia della Signora Le Pen e la fine dell’Unione Europea, quella politica, non l’economica, rappresentano degli scenari reali e tangibili in quest’estate 2024. Ovviamente le grida di giubilo si sprecano e le ovazioni contro la Ue sono al massimo dei cieli. La fine politica dell’Unione è salutata come una liberazione.

In effetti la Signora Le Pen non ha particolari problemi a superare d’impeto il primo turno del 30 giugno.

Al secondo turno però, com’è già accaduto potrebbe non farcela. Resta ovviamente vivo e caldo l’augurio che stavolta riesca a superare con successo anche la seconda giornata elettorale prevista a metà luglio (quasi in corrispondenza della presa della Bastiglia – che festa sarebbe!)

In Italia ci si autoconvince che il nostro Paese sia non solo co-fondatore della Ue, ma che abbia un peso determinante nella guida dalla comunità europea. La realtà è diversa. Non da adesso, ma da sempre, l’Unione è stata diretta da un co-direttorio franco-tedesco.

La crisi dell’Unione del 2024 è a questo punto determinata da:

  • incapacità di chi l’ha diretta fino ad ora;
  • l’esito elettorale di giugno 2024;
  • la crisi politica francese e possibile-credibile elezione della Signora Le Pen, genuina antieuropeista;
  • altrettanto crisi politica in Germania con una forte affermazione del partito d’estrema destra tedesco ostile all’immigrazione e quindi, per naturale conseguenza, anche verso l’Unione europea.

Questi sono i fattori che probabilmente concludono l’esperienza politica comunitaria.

A questo punto oltre la Francia e le auspicate fortune politiche della Signora Le Pen, cosa resta? Va gestito un continente senza la Ue.

Va ripensata la Ue mantenendola come coordinazione economica NON politica; tutto qui.

Non esiste più uno Stato che è dentro e uno che ne è fuori dall’Unione ma un mercato, certamente Occidentale, dall’Atlantico all’Ucraina dove interagire. La politica resta nazionale con aperta coordinazione non integrazione. Non è difficile a pensarci, del resto era così fino al 2007.