La crisi della globalizzazione, un’era consumistica giunta al termine. Onestamente com’è possibile essere a favore di un evento sterilmente consumistico? La globalizzazione è solo consumo, è stata fatta per questo! Il consumismo è bello, questo non si discute, ma basare la vita solo sul consumo è un errore.

La crisi della globalizzazione è rappresenta da questa foto. Una bella scarpa che solo 2 mesi dopo l’acquisto la devi buttare via. Non solo. Il fabbricante non da assistenza in quanto è “colpa dell’utilizzatore”. Quindi nessun cambio prodotto o riparazione. Ecco la globalizzazione sintetizzata in poche battute. Alti costi d’acquisto, scarsa qualità del prodotto, assenza d’assistenza da parte del produttore che ti giudica e blocca. Il produttore si limita a dire: è colpa tua se 2 mesi dopo hai ridotto il prodotto in questo stato!

Oltre l’immaturità commerciale narrata, la crisi della globalizzazione emerge sopratutto da altro.

L’instabilità lavorativa è stata recepita negli affetti traducendosi in instabilità affettiva. Questo è il vero dramma della crisi della globalizzazione. Il trasferire l’instabilità dalla sfera lavorativa a quella affettiva, ha prodotto un’ondata di divorzi. Come noto il 43% delle coppie sposate divorzia e il 60% di quelle che convivono si lascia. E’ un dramma. Una “rottura sociale” non considerata o collegata nessun studioso o ricercatore. In tal senso il libro La sessualità nella società globalizzata è unico. 

parkinson

Mai come nella globalizzazione è vietato porsi delle domande. Tutto sommato possiamo affiancare l’idea globalizzante a una dittatura. Volutamente si confonde il valore dell’accoglienza con l’immigrazione. Si estremizza il tutto con la società aperta. Anche sul piano delle malattie a manifestazione sessuale è stata inventato il diritto civile. Non so, in tutta onestà, dove sia il nesso. Equiparare un disordine sessuale a un diritto civile? non mi va d’insistere riferendomi alle patologie mentali nei disordini sessuali. La globalizzazione è sinonimo di disoccupazione e quindi delocalizzazione. Il tutto per inseguire (sfruttare) un minor costo della mano d’opera.

Inizialmente la delocalizzazione è stata motivata come presidio dei mercati esteri emergenti. Il ragionamento sarebbe corretto se non avesse prodotto 3 milioni e mezzo di disoccupati. Come si fa, onestamente, ad essere ancora pro globalizzazione? Che allora sia il benvenuto Donald Trump, la Brexit, la Signora Marine Le Pen, pur avendo perso le presidenziali.