Perchè un malato di Parkinson, che dovrebbe essere più che interessato alla gestione del suo dramma, si rivela invece ostile alle nuove cure? Concetti che rientrano nella teoria sociologica innovativa nota come Il prigioniero da Parkinson che nel mondo si chiama The Prisoner of Parkinson.

La teoria sociologica che si chiama Il prigioniero da Parkinson, identifica un concetto intorno a una malattia grave: il Parkinson. Nel dettaglio l’intero impianto della teoria afferma che nel malato c’è una mente sana incastrata in un corpo malato. Tutti gli sforzi sono diretti nel tentativo di far “evadere” la persona dalla sua condizione, ovvero di una malattia senza via di ritorno. Lo stato della scienza e quindi della medicina, ad oggi non consente una reale guarigione dal morbo di Parkinson, al massimo si cerca una gestione pilotata della sofferenza che comunque accompagna il paziente alla sua morte. Urgono nuove prospettive di cura perchè dal livello attualmente in uso non si riesce a progredire.

Il tentativo d’affiancare alla sola medicina anche tecniche di sociologia pura (sociologia del dolore e quindi la teoria Il prigioniero da Parkinson) riceve in alcuni casi, sperimentati in particolare in Italia, una netta diffidenza e anche ostilità da parte del prigioniero (il malato di Parkinson). Resta da chiedersi il perchè ci sia una reazione così curiosa da parte di chi invece dovrebbe essere aperto (spalancato) verso il miglioramento della sua crudele condizione.

Da attente valutazioni realizzate su 18 pazienti, in Italia, emergono le seguenti osservazioni:

a) quando lo stato di malattia si protrae oltre i 40 giorni (il Parkinson è una condanna a vita) avviene una sorta di “contagio” tra la parte umana della persona e quella fisica, instaurandosi una reale convivenza e complicità tra il male/malattia e la vittima (il paziente) che tende a diventare un tutt’uno in una perfetta osmosi;

b) ecco lo stadio in cui la malattia è pericolosa: quando diventa un ospite dentro la persona che utilizza come scafandro o veicolo di transito verso altri (contagiosa) oppure per proseguire la sua esistenza a danno del corpo ospitante;

c) il malato si conferma tale quando accoglie, suo malgrado, la malattia e ci convive. Evolve in paziente quando accetta con la medicina una reazione che delega comunque alla chimica medica, restando sostanzialmente passivo. Diventa finalmente prigioniero quando scatena una reale volontà d’opposizione alla malattia, utilizzando anche l’apporto chimico della medicina e quello psicologico, ma quanti sono i prigionieri? pochissimi, la netta maggioranza preferisce il ruolo di vittima e convivenza con la malattia, da cui appunto malato. Questo è il più grande ostacolo che la teoria de Il prigioniero da Parkinson sta affrontando!

d) dire a un malato: alzati e reagisci! significa urtare la sua sensibilità e quindi reagisce nelle forme più immediate e semplici: rabbia, nervosismo e offesa (quanto spesso accaduto in Italia nel contesto del Parkinson sia su base nazionale che individuale, nel diffuso timore di perdere fette di potere nella gestione del dramma). La teoria sociologica Il prigioniero da Parkinson diventa a questo punto un nemico da cui difendersi (nell’ottica dei malati) perchè chiama a una militarizzazione della risposta contro la malattia quando è più facile delegare alla chimica medica la gestione del dramma anziché la risposta.

Chiarito l’atteggiamento tipico del malato che non riesce ad evolvere in prigioniero e nel dettaglio nel Il prigioniero da Parkinson, vanno fatte altre considerazioni specifiche sul Parkinson. Essendo quest’ultima una patologia che interessa il sistema nervoso, nei 18 casi studiati in Italia, si è voluto osservare/studiare il profilo comportamentale dei prigionieri (ex malati) riscontrando delle importanti novità.

Tutti i 18 prigionieri (malati) hanno riconosciuto un profilo di nervosismo “elevato” nel periodo di vita precedente alla contrazione della malattia, stile di vita nervosa che è oggettivamente peggiorata nel corso del tempo. Si profila così una nuova visione sulle cause del Parkinson, ovvero un abuso o cattivo uso del sistema nervoso che logorato, spesso dagli stili di vita, reagisce ammalandosi. E’ presto per poter affermare che il Parkinson è la malattia di coloro che non hanno saputo gestire il loro nervosismo, ma certamente l’isteria riscontrata in Italia sia a livello di malati che di Associazioni nella discussione sulla teoria nota come Il prigioniero da Parkinson, porta a questa conclusione. Com’è possibile essere scontrosi, isterici, ostili quando si discute di miglioramento della condizione di vita? La risposta logica è se si dovesse confermare il sospetto che il Parkinson esprime la degenerazione di un mal uso del sistema nervoso.

Non è possibile fare di un filo d’erba un fascio e la teoria de Il prigioniero da Parkinson desidera restare con i piedi per terra, certamente però si profila un’idea sull’origine del Parkinson, come di un pessimo uso del sistema nervoso in uno stile di vita sbagliato. Cosa sia da considerare “sbagliato” nella qualità di vita, apre una valutazione filosofica molto complessa, che trova appunto nella sociologia delle risposte, ma non è questa la sede per entrare nel merito di cosa sia sbagliato/giusto. Il prigioniero da Parkinson come assetto concettuale, noto anche nel mondo nei termini di The Prisoner of Parkinson, nel contesto della sociologia del dolore – pain sociology, accende un segnale d’allarme per chi ha la sensibilità di leggerlo nel suo personale interesse. E’ possibile che la natura del Parkinson emerga da una vita troppo tesa, nervosa in un costante abuso di tensione nervosa che alla fine porta il sistema nervoso a impazzire e ammalarsi. C’è una via di ritorno dalla crisi del sistema nervoso? Ancora non è possibile dirlo. Certamente se qualcosa si annoda in forma sbagliata dovrebbe anche essere possibile ritornare alla posizione originale, ma su questo piano la teoria de Il prigioniero da Parkinson non si è ancora spinta. Certo restano ora dei punti fermi che sono:

1 – evitare di farsi contaminare dalla malattia che deve restare, nella mentalità del malato, estranea al suo corpo: non convivere con il male!

2 – reagire al male in ogni modo e sistema (su questo vedi i concetti già espressi nella teoria de Il prigioniero da Parkinson)

3 – ripensare agli stili di reazione nervosa che ogni persona adotta nella sua vita, sapendo che un abuso di nervosismo su base quotidiana, favorisce senz’ombra di dubbio la crisi del sistema nervoso;

4 – troppo spesso si nota come le persone affrontino la vita con un’importante dose di tensione nervosa anziché usare il cervello e il pensiero. Detto in altri termini (e qui si apre una nuova prospettiva di studio per la teoria de Il prigioniero da Parkinson) riscontrando una drammatica contrazione del livello culturale medio nella società, si nota una corrispondente elevazione della risposta nervosa come metodo di relazione sociale. Spesso la gente abbia più che ragionare. In ciò si usano di più i nervi anziché il cervello. Da un abuso di risposta nervosa, in luogo di sentimenti e idee, che dovrebbero scaturire dalla parte intellettiva della persona, emergono anche un maggior numero e intensità di malattie del sistema nervoso di cui il Parkinson e parte. Forse sarebbe saggio alzare il livello intellettivo leggendo di più, studiando di più, capendo di più, ma anche amando in forma più sana, pensando di più per essere più sani e gestire al meglio la propria vita, anziché soffrire di malattie che derivano dall’abuso di nervi al posto del cervello.

Viene in mente quella coppia di Milano con lei affetta dal Parkinson che usa droghe leggere, sotto controllo e consiglio del neurologo per meglio convivere con il Parkinson. Ebbene, una risposta di questo tipo al Parkinson, nel contesto della teoria de Il prigioniero da Parkinson è completamente sbagliata perchè amala l’anima e il sistema nervoso del paziente. Per gestire, non si dice guarire, dal Parkinson, servono persone sane (prigionieri). Dove si trovano?