Il bisogno di dazi spiegato semplicemente prosegue su un ulteriore approfondimento rispetto a quanto appena ora pubblicato in un precedente studio.

Il passaggio da una società finanziarizzata, qual’è quella d’oggi nel libero commercio ad una che sappia tornare alla produzione di cose e oggetti (anziché solo denaro) come già fu in Occidente dagli anni Cinquanta ai Novanta, va spiegato!

La finanziarizzazione ha diversi grandi difetti che sono:

  • la dematerializzazione togliendo la parte materiale nella nostra vita, incide sui comportamenti, sentimenti ed emozioni delle persone. Uomini e donne “dematerializzati” pensano di meno, scrivono poco, leggono per nulla e quindi valgono ancora meno, mischiandosi tra divorzi e convivenze diverse. Nessuno (tra chi progettò la globalizzazione) avrebbe mai immaginato questo trasferimento dal modo di produrre agli atteggiamenti delle persone eppure è quanto accaduto. La crisi dell’amore e della stabilità delle scelte affettive deriva direttamente dall’incertezza del posto di lavoro e dalla immaterialità della prestazione resa al lavoro;
  • una società basata sulla “finanza” è anche afflitta dal basso o comunque minore numero di posti di lavoro a disposizione della Nazione. Possiamo vivere solo di profitti o è meglio una società dove si nasce, studia, lavora, ci si sposa, compra casa, allevano i figli e si va in pensione come pensato negli anni Cinquanta-Sessanta e Settanta oltre che Ottanta e Novanta?

A conti fatti la società oggi è più ricca (senza una reale distribuzione di ricchezza tra i cittadini) rispetto agli ultimi 50 anni del Novecento, ma con livelli di felicità e fiducia nel futuro molto ma molto inferiori. L’attuale modello di vita non è sufficiente per vivere nel patto sociale che lega le società moderne. Serve quindi una modifica.

Spunta il dazio unitamente al re-impatrio di fabbriche precedentemente delocalizzate.

Il ragionamento richiede altri approfondimenti.

La foto di copertina è dedicata alla Signora Roosevelt moglie del Presidente Delano Roosevelt, autore di un patto sociale per il rilancio della società dalla grande depressione del 1929 che comportò una disoccupazione al 25% della forza lavoro rispetto alle prospettive del +49% in seguito all’introduzione della cosiddetta “intelligenza” artificiale.


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