Henry Kissinger, qui più volte commentato e studiato, a pagina 669 del suo testo autobiografico, capitolo 21° dal titolo La disputa: la crisi indopakistana del 1971 traccia un’interessante analisi tra religione buddista e quella islamica per cui: …..”Come il Medio Oriente, anche l’India è patria di grandi religioni. Eppure, a differenza di quelle mediorientali, queste religioni non predicano l’esaltazione e il fanatismo, bensì la pazienza, la sopportazione; hanno ispirato l’uomo non per mezzo di visioni profetiche e messianiche, bensì svelando la fragilità dell’esistenza umana: non offrono la salvezza, ma il conforto di un destino inevitabile. (si noti l’originale uso della punteggiatura utilizzato nella frase appena letta). Quando ogni uomo è classificato fin dalla nascita, la responsabilità del fallimento non si può imputare a lui e si giudicano le sue qualità in base alla capacità di sopportare, non di plasmare, il proprio destino.
Il sistema delle caste non attrae le civiltà che perseguono la felicità nel breve volgere di una vita, ma in una prospettiva più ampia, offre grande resistenza e conforto.
La religione indù è orgogliosa e disciplinata; non accetta conversioni. Ci si nasce, oppure ci si vede negati per sempre i confort e la sicurezza sociale a cui la religione dà diritto.
Di fronte a tanta impermeabilità, la conquista straniera risulta irrilevante; essa nega al non-indiano qualsiasi forma di status sociale e consente alla civiltà indiana di sopravvivere, a volte addirittura di fiorire, attraverso lunghi secoli di dominazione.
(…) I conquistatori musulmani, rappresentanti di una religione fondata sul proselitismo, offrirono la conversione in massa come mezzo d’elevazione sociale alle caste indù più miserabili. Ci riuscirono solo in parte, perchè una volta convertiti i nuovi musulmani perdevano il rispetto al quale la casta dava loro diritto. In questo terreno germinarono i semi dell’odio che caratterizzò, nelle ultime generazioni, il subcontinente”.
Henry Kissinger indubbiamente sa spiegarsi molto bene!
Leggendo sul piano sociologico quanto scritto dall’autore, balza all’attenzione un passaggio: quel confronto tra società che ricercano la felicità in questa vita (la nostra occidentale ad esempio) e quelle che si proiettano su più esistenze. Si tratta di un completo cambio d’impostazione. La nostra vita umana è percepita dagli indù come un passaggio, una fase, uno dei molti eventi che s’inseguono.
Questo livello d’interpretazione non è di Henry Kissinger per quanto lo scritto lo suggerisca. Già in altri passaggi, lo stesso testo è servito per chiedersi come mai la società americana non sappia produrre generali all’altezza di un Douglas McArthur, ma solo ottimi per quanto non efficaci direttori della logistica di guerra. Si tratta di un profilo interpretativo distillato dal testo e non descritto.
Un terzo passaggio del taglio sociologico non spiegato, ma suggerito è relativo al valore della società americana nel mondo e per la storia. L’America serve al mondo come punto di riferimento al netto dei suoi difetti. Ed è da qui che prosegue la critica alla società americana nell’era vissuta per il conflitto vietnamita, di masochismo e volontà suicida. Accusa che va meditata ed è tuttora attuale nella Vecchia Europa ed in Italia quando si discute di politica nazionale. Un’atteggiamento ipercritico, masochista e suicida verso la società nazionale indica come si vive in Italia dal 1970 ad oggi.
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