Fidandosi di un grande autore e storico, accade di leggere centinaia di pagine su un versante della storia nel quale non ci si sarebbe mai avventurati: è quanto accaduto. Reduce dagli studi sullo sfondamento del nemico a Caporetto nel 1917 e quindi gli approfondimenti sul Fascismo ad opera di Renzo De Felice ed Emilio Gentile, automaticamente lo studio è passato su George L. Mosse per le origini culturali del nazismo.

Bombardato sulla profonda superficialità, occasionalità e confusione che ha generato il Fascismo, con le pagine di Mosse s’entra invece in un contesto completamente diverso.

Per capire qualcosa sul Nazismo, con gran disinvoltura si parte dal 700′ ripercorrendo tutte le tappe del pensiero senza dimenticare sia il 1500 di Martin Lutero e le memorie di Tacito sui germani. E’ uno studio che discute con naturalezza sia del concetto e bisogno di razzismo come nel “culto del sole”.

In particolare sul razzismo si nota un’importante divaricazione tra studiosi.

Ci sono quelli che discutono di razzismo come protezione della comunità dalla contaminazione con razze inferiori ipotizzando un ruolo del razzismo nei termini di difesa della società. Al contrario ci sono invece altri ricercatori che vedono e discutono di razzismo come premessa e promessa di un futuro migliore, ribaltando completamente l’importazione iniziale. Fidandosi di George L. Mosse, un ebreo tedesco che ha fatto fortuna come intellettuale negli Stati Uniti, è facile a questo punto, con le sue osservazioni, rendersi conto di quanto sia strategico e convincente un razzismo che si proietta versa il futuro immaginando di stare meglio rispetto ad oggi.

Mosse prende per mano il lettore aiutandolo a non limitarsi ad esplorare solo il dettaglio del razzismo, quanto d’altri aspetti che mai sarebbero stati presi in considerazione. Impressionante è anche la mole degli autori, citati da Mosse, tutti dimenticati! Un numero elevato di scrittori, pensatori, professori capaci di contribuire a definire il concetto di Volk ambientato in un ambiente naturale che solo nella campagna tedesca poteva radicarsi. E qui un’altra grande divaricazione: bisogna essere tedeschi per essere migliori?


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