Educazione al Parkinson. Una parola magica che potrebbe contribuire non a guarire ma gestire questa galera di malattia!

Il Parkinson è una galera. Detto meglio si configura come una prigione per una menta sana in un corpo malato. Ecco i 3 elementi fondamentali del Parkinson:

  • una prigione;
  • una mente sana nei primi stadi della malattia (in tutto sono 5)
  • un corpo malato che non può guarire.

Intorno a questi elementi si è cercata la soluzione nella medicina. L’illusione è che curando il corpo malato si possa uscire dalla prigionia. Questo è sbagliato. Certamente la medicina ha la sua importanza, ma non basta. E’ necessario chiamare in soccorso alla medicina anche altri punti di vista. Ecco che nasce la sociologia del dolore (pain sociology).

La sociologia serve perchè il dolore ha un effetto modificativo del comportamento umano (sino ad ora subito ma non studiato). Sembrano concetti elementari, ma nessuno li ha mai studiati. 

Alla sociologia del dolore si affianca una nuova teoria sociologia. Il prigioniero da Parkinson, nota nel mondo come The prisoner of Parkinson.

Entriamo nel dettaglio.

Per curare un male di questo tipo (come in fondo gli altri che vivono l’intera l’esistenza della persona) serve una nuova arma: EDUCAZIONE. Bisogna educare la popolazione “giovane” a considerare le modificazioni comportamentali nella terza età. Come si insegna ai ragazzini a lavarsi i denti, è importante spiegare ai 40/50enni che la vecchiaia impone assistenza. Un’assistenza di un partner verso l’altro. Se si ci ama in età giovane e matura, in vecchiaia l’amore è assistenza. ASSISTERE SIGNIFICA CAPIRE I NUOVI BISOGNI DEL PARTNER. Non c’è sorpresa nel prendere atto che in vecchiaia si soffre! QUESTI CONCETTI SONO ELEMENTARI MA NON LI HA CAPITI NESSUNO. Infatti si giunge alla maggiore età impreparati. Tutti sperano di “schivare” il male, quando in realtà ci impattano in forma “facciale”.

Se soffrire fisicamente è un dato di fatto e concreto della vecchiaia, perché non prenderne atto prima?

The prisoner of Parkinson insegna ai 40-50-55enni a smettere di credersi “potenti” in ogni senso. Al contrario è saggio che imparino ad ascoltare il partner. Ascoltare per educarsi l’uno con l’altro. Capire le nuove necessità e adattarsi con spirito di servizio. Con uno spirito d’amore. Ecco come la sociologia cambia le armi a disposizione contro i mali di lunga durata.

Non bastano i farmaci! Serve capire e aiutare il comportamento umano per gestire il male.