Confronto tra due esperienze sociali e politiche, quella italiana e tedesca, nel primo dopoguerra del Novecento. Lo studio è nato dallo sfortunato libro d’Alessandro Barbero dal titolo “Caporetto“; sfortunato perchè il testo narra, ma non spiega. Con il bisogno di capire s’è passati dal solo Barbero ad autori più completi come Renzo De Felice, Emilio Gentile, George L. Mosse e infine Alexander J. De Grand; un passaggio espositivo “enorme”!
Sia per il Fascismo come per il Nazismo il caso ha giocato un ruolo importante; mi spiego.
Il Fascismo emerge dal bisogno di mantenere viva l’adrenalina vissuta in guerra.
Solo per caso, Mussolini, leggendo il “Manifesto alla borghesia” scritto dal prof. Emilio Bodrero nel 1921, capisce che i “Fasci di combattimento”, formatisi nel 1919 a Milano, non hanno storia se restano limitati e fermi all’esperienza bellica già vissuta.
A quel punto il Fascismo si propone come contenitore politico alla piccola classe media, borghese (i negozianti e piccoli proprietari terrieri per intendersi) assenti dalla Storia nazionale, ma ora schiacciati dal socialismo e dalla grande borghesia.
Il connubio tra un Fascismo in cerca d’autore, una classe media che vuole finalmente dire la sua e la grande assenza del poeta Gabriele D’Annunzio nel nazionalismo, generano un movimento politico che arriverà, con successive elezioni politiche, in Parlamento.
Il Fascismo, una casa vuota in cerca di chi la possa abitare, fa dell’AZIONE il suo punto di forza.
L’evoluzione del Nazismo è decisamente molto ma molto più complesso ed articolato. A differenza dal Fascismo, in Germania c’è una Storia che porta al Nazismo che parte dal Settecento e mette radici nell’Ottocento.
Per i tedeschi il popolo, più ampiamente definito Volk (più ampio perchè si vuole collegare un popolo alla terra dove vive) è unito dalla tradizione. Triangolando terra, popolo e tradizione emerge il contadino. Questo contadino non ha un rapporto felice con il sistema bancario e peggio con gli strozzini (solitamente di cultura ebraica). Non solo, ma tra città e campagna c’è di mezzo il modernismo. Il tedesco genuino non è urbanizzato (dove invece si concentrano le comunità ebraiche non necessariamente in ghetti). Il mito del contadino tedesco, che perde la terra per non aver ripagato i debiti causa cattivo raccolto e che s’impicca, in quanto il suo podere sarà occupato da una fabbrica, plasma sia l’unità sociale sia l’ostilità all’estraneo a questo mondo: l’ebreo.
Tutti questi elementi confluiranno in un forte movimento nazionalistico. Il nazionalismo, progressivamente, approderà nel Nazismo.
Il confronto tra le due esperienze politiche è focalizzato su:
a) bisogni pre-esistenti che casualmente arrivano in un movimento politico in cerca d’autore;
b) la fine della guerra ha lasciato entrambi i popoli insoddisfatti e l’AZIONE diventa l’elemento vitale;
c) le precedenti istituzioni, sia italiane sia tedesche, non sono più adeguate alla MASSA che vuole conquistarsi un ruolo sociale esprimendosi;
d) l’inadeguatezza istituzionale (in Germania si soffre per la perdita della Monarchia e in Italia per un Governo liberale disinteressato al cittadino) genera ANSIA; s’entra nell’età dell’ansia;
e) il bisogno di protagonismo, a livello individuale, conduce le persone ad espressioni estreme come il culto estetico del corpo e il nudismo che in questa fase restano manifestazioni solo maschili. L’eros e gli studi di Freud avranno un ruolo nella formazione della personalità del nuovo cittadino. Il turno delle donne sarà negli anni Settanta del Novecento, ovvero cinquant’anni dopo l’affermazione maschile.
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